La storia del Castello

Il primo nucleo del complesso architettonico oggi noto, principalmente, come castello di Casotto venne edificato nel Basso Medioevo per ospitare una delle prime certose d’Italia. A metà del XII secolo, infatti, anche nella penisola giunse a compimento quel lungo processo di formazione e definizione delle comunità monastiche certosine, che aveva preso avvio nel secolo precedente dall’opera di San Bruno di Colonia ed era stato successivamente codificato grazie alla stesura delle Consuetudines, ovverosia le norme regolanti la vita comune dei monaci. Al pari delle altre coeve fondazioni italiane, la certosa di Casotto fu caratterizzata da una serie di elementi distintivi, primo fra tutti la ricerca, da parte dei monaci fondatori, del cosiddetto desertum, un’area montana isolata nella quale fosse possibile perseguire una forma di monachesimo estremo con ogni forma di interazione sociale ridotta al minimo.

Come previsto dalle stesse Consutudines, la certosa si dotò rapidamente di una correria, una struttura dedicata ad accogliere i conversi e i membri della comunità che si dedicavano ai lavori manuali. Tale edificio – ben distinto da quello che ospitava i monaci, come si verificava, ad esempio, anche negli analoghi casi di Pesio e del Monte Benedetto – si configurava come sede dell’amministrazione del patrimonio fondiario dell’ente, come testimonia lo stesso vocabolo “correria”, derivante dal francese medievale “courrier”, che significava, appunto, amministratore. Nell’identificazione e costruzione del desertum svolse sempre un ruolo fondamentale l’acquisizione di ampie parti di pascoli e terreni: nel caso garessino, questo processo venne reso possibile prima grazie alla concessione di pascolo nelle alpi di Montaldo, Vico e Roburent fatta ai monaci dal vescovo di Asti (nel 1172) e poi, alla donazione di terreni e castagneti da parte dei signori di Carassone (tra il 1180 e il 1202). Gli stessi signori e abitanti di Garessio donarono, nel 1183, un’importante quantità di terreni, che sarebbero andati a costituire la parte più rilevante dell’intero patrimonio fondiario di Casotto. Una copia tardo medievale del documento originale in cui è descritta tale donazione è oggi conservata presso l’Archivio Storico del Comune di Garessio.

Nel corso dei secoli successivi il complesso architettonico riportò notevoli danni a causa di vari incendi, che costrinsero la comunità monastica garessina a trasferirsi presso la grangia di pianura al Consovero di Morozzo nella seconda metà del ’500.

Ad oggi, delle strutture medievali non rimane praticamente nulla: i locali e gli elementi architettonici che sono visibili sono il frutto delle successive compagne edilizie di ricostruzione portate avanti nel corso dell’età moderna, dal XVI secolo sino al 1770, anno in cui giunse a compimento il grande cantiere dell’architetto torinese Bernardo Antonio Vittone. Tuttavia, nell’edificio della correria, è possibile rinvenire uno splendido esempio di architettura medievale, la chiesa di Santa Maria.

Dopo la soppressione di epoca napoleonica, che portò ad una vera e propria dispersione di beni ed arredi – una buona parte dei quali vennero trasportati e riutilizzati in altre chiese del territorio garessino ed ormeasco –, Casotto rimase in uno stato di abbandono, almeno sino all’acquisizione voluta da Carlo Alberto di Savoia. L’operazione della corona sabauda era stata inizialmente finalizzata alla creazione di un grande complesso fondiario per lo sfruttamento agro-silvo-pastorale, ma ben presto re Vittorio Emanuele II decise di convertire la struttura a Reale Villeggiatura di Casotto, conferendole una valenza di residenza estiva e di grande tenuta di caccia. I locali della certosa furono, perciò, adattati al nuovo scopo e l’architetto della Real Casa, Carlo Sada, mise in cantiere la ricostruzione della manica nord del complesso, provvedendo allo stesso tempo alla rifunzionalizzazione della chiesa e alla realizzazione di strutture adatti ad accogliere la corte.